Si discute molto e a tutti i livelli (politici dirigenze calcistiche, tifosi illustri e comuni) sul perché in serie A si va molto meno allo stadio. Adriano Galliani dà la colpa più grande all’inadeguatezza degli stadi e non si può dargli torto. I nostri stadi fanno di tutto per offrire ostacoli, non servizi. Bisogna solo andarci, spesso stare in piedi, pagare molto caro il biglietto, portarsi da mangiare qualcosa da casa e per bere una bottiglietta di minerale rigorosamente di plastica. Lo stadio non dà niente. E’ inutilmente punitivo.
A Gelsenkirchen, Germania normale, cioè non una capitale opulenta e turistica, la scorsa settimana prima e durante la partita dello Schalke con il Milan, allo stadio sono stati venduti trentamila litri di birra, circa mezzo litro per ogni spettatore. Da noi non potrebbe succedere mai. Si accuserebbe la birra di fomentare violenza. Vale solo la pena sottolineare che 30 mila litri di birra fanno circa 45 mila euro d’incasso, quasi quattro volte l’incasso di Piacenza-Atalanta giocata mercoledì in serie B. E che mezzo litro di birra è almeno un quarto di quello che spesso i ragazzi bevono al sabato senza sfasciare le città. Allo stadio si va in ore per le quali si deve saltare pranzo o cena a casa nostra. Si sta molto in coda, non si trovano parcheggi, si torna in coda all’uscita. Per trovare un biglietto d’ingresso, come dice il presidente dell’Atalanta, serve ormai un avvocato. Si viene veramente e seriamente schedati al momento di ogni acquisto. Se piove, in quasi tutti gli stadi si prendono due ore e mezzo di pioggia. Se fa freddo, dovunque si prende freddo. E si è sempre sottoposti alla violenza altrui.
Perché dunque andare allo stadio? Perché non vedersi la partita in televisione? Sta venendo in sostanza al pettine la diversità italiana di fare e guardare il calcio. Noi siamo convinti di essere come gli altri, ma non è vero. Pensiamo che le cose che succedono nei nostri stadi, accadano anche negli stadi degli altri paesi, ma non è così. A partire dal campo. Dal gioco. In Italia le partite durano mediamente dieci minuti in meno perché si fischiano circa il 30 per cento di falli in più. In nessuna parte del mondo le curve sono occupate militarmente da gruppi precisi di tifosi che gestiscono a modo loro quello spazio e il vantaggio di averlo. Organizzano marchi, negozi, merchandising di se stessi, hanno radio, cercano in ogni modo di condizionare la società. Altrimenti contestano il presidente e fanno multare ogni domenica la società lanciando oggetti in campo. In nessun altra parte d’Europa gli stadi vengono quasi settimanalmente danneggiati, le poltroncine delle curve incendiate. Da nessun altra parte lo stadio è un momento di guerra. In Inghilterra i posti negli stadi sono prevenduti al 98 per cento, tutti mangiano e bevono, raramente succede qualcosa. In Germania anche. In Spagna, Olanda, Francia e Belgio anche.
Noi siamo orgogliosi delle nostre differenze. Abbiamo anzi teorizzato che la nostra squadra non si discute mai, si ama e basta. Non capendo che senza discussione non c’è progresso. La fede da sola può portare in paradiso, ma in una società per azioni conta la sostanza, quindi la certezza, cioè la discussione. Lo stadio insomma, alla fin fine è un falso problema. Certo, uno stadio nuovo, più adatto ai tempi e ai ritmi, è meglio di uno stadio vecchio. Favorisce nuove attività, da maggiori garanzie. Ma il vero problema è la scomodità del calcio, di tutto il calcio, non del solo stadio. Abbiamo fatto del calcio un circuito medioevale, con pochissimi padroni, qualche vassallo, molti valvassori, una miriade di valvassini incantati che poi siamo noi, sul fondo sempre umido del bicchiere. Per cambiare il calcio non basta cambiare lo stadio. Temo vada cambiato il modo di fare calcio.
1 commento:
PENSATE SE VENDESSERO LA BIRRA ANCHE DA NOI!!CHE SPETTACOLOOOOOOO!!!!!!!
TUTTI UBRIACHI!!OLE'!!!!!!!!
SI!NO!MA QUESTO LO VEDREMO... MAIIIII!!!!!!!!!
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